....
Voglio nuovamente quella sensazione che un tempo ho posseduto, che m'aiutava nel valicare pensieri retti come accecanti muri, barriere folte di paure che senza quel energetico affetto ora non conseguo di abbattere.
Il mio collega di pensieri e paure, Giangiacomo, mi confidò che un dì potrà rispondere al dilemma: "cos'è l'Amore"...
... potrei aspettare la sua risposta dato che son certo che la troverà...
... potrei concedermi il diritto di vivere senza troppo pensare...
... potrei continuare a fuggire di superficie in superficie senza intendere e volere quel "profondo"......
potrei...
potrei...
posso...
devo... ora, adesso, non so come, non so dove, sapessi almeno "con chi" ma neanche quello è certo: penso all'alba d'ogni novo mattino che probabilmente la giusta via è nell'affidarsi totalmente al proprio Dio, Colui che può ritoccare, modificare, plasmare dove noi, comuni agoisti mortali, non possiamo arrivare.
Apri il tuo cuore e lascia che l'essenza dell'amore ti entri dentro: soffrirai, attenderai, fallirai... ma tenta almeno di non chiuderti dietro una saracinesca, dagli la possibilità di farti invadere...
Tenterò di conficcare le dita delle mani dell'anima nel cuore, tutte e dieci, una ad una, lentamente, palpando in pieno ciò ch'è sofferenza, penetrandolo fino alla giuntura delle falangi, guardandolo con occhi languidi per le lacrime misturate fra dolore, tristezza e speranza: lo osservo, lo afferro fortemente e volgo le braccia con forza verso l'esterno; fa terribilmente male, il cuore si sventra, con veemente passione stringo i denti e continuo il tragitto disegnato dal dolore che solo un cuore che si spacca può dare. Un organo vitale sanguinante ora aperto come un libro di passioni, di rose e spine, di cattivi presagi, tradimenti ma soprattutto speranze: il cuore è squarciato, pronto ad essere nuovamente contaminato da quel fervore... Dio aiutami tu nel voltare addietro per coltivare il prossimo futuro, non voglio reminiscenze del passato, voglio amare adesso, domani o non più in la dell'istante prima che sorella morte mi libererà di questa zavorra, tanto frenetica, pesante, zelante, ma affascinate nella possibilità di amare e talvolta peccare che ci è stata data.
Ora lo osservo, ancor pulsante nel suo pieno battere seppur sventrato e placcato da sozze mani insanguinate di un'anima pronta a soffrire le pene dell'infermo nell'intento di sentirsi restituita di quel affetto eterno tanto sospirato, quel tenero candore, quel piacevole dolore... quel rarissimo amore.
NON TUTTE LE ALI FANNO VOLARE... MA ORA SI TORNA A SOGNARE!

Le difficoltà di questo puntino sono anch'esse conseguenze della colonizzazione. Porto Caldas è un villaggio di indigeni Ticuna formato da due baracche, marroni come il legno con cui sono state costruite, come la terra che le circonda quando sorgono vicino al maestoso Rio delle Amazzoni. Quel <<due>> non è un'allegoria atta a definire un numero minimo di baracche, ma un valore effettivo, dato che le capanne sono veramente due, solinghe, immerse nel complesso faunistico e floreale più esteso al mondo: la Foresta Amazzonica. Marrone legno, blu fiume, verde foresta... e nell'indifferenza occidentale, spaventosamente rosso!
Le due famiglie sono composte rispettivamente da 12 e 15 individui con la breve aspettativa di aumentare la prole, dato che due delle tante ragazze sono in stato interessante e come molto spesso accade in questi luoghi, tutte e due minorenni e senza la certezza di chi siano i padri. Il capitano dice che forse è stato uno dei tanti fratelli o il vicino d'un villaggio limitrofo o magari il delfino rosa. <<Un delfino?>> risposi sorridendo in faccia al capitano! <<Si, il Boto Rosa! Un delfino di fiume dal color roseo molto difficile da incontrare, che secondo una leggenda si trasforma di notte in principe e feconda le giovani indios.>> Una delle decine e decine di leggende che circondano la cultura millenaria indigena, l'ennesima <<giustificazione>> utilizzata per evitare che un figlio rimanga senza la spiegazione della mancanza del padre e che una moça passi agli occhi della gente una poco di buono.

Di 27 indigeni, 21
sono giovani dai i 3 ed i 12 anni, prevalentemente femmine.
Nell'infante mandria ce ne sono cinque con i capelli giallo oro e la
carnagione chiara, un classico esempio di Caboclo, ovvero il
risultato ottenuto dall'unioni di indigeni nativi con coloni
portoghesi, un mix genetico che di tanto in tanto sfocia nel piccolo
indio dagli occhi azzurri e la chioma bionda.
Facendo un piccolo sunto, questa tribù Ticuna
è formata da solo due baracche abitate da altrettante famiglie, con un
totale di 27, quasi 29 anime. Paradossale per noi Europei, fattibile
nella Sud-America più nascosta. Anche questa è Amazzonia.
Quale può essere il
primo progetto necessario per aiutare questo piccolissimo villaggio?
Innalzare una scuola? Scavare un pozzo artesiano? NO!!! La prima cosa
da fare è costruire un piccolo regno ludico... bisogna organizzare i
giochi per tutti i bambini!
Il progetto prende subito piede. Salto con la
corda, girotondi, aquiloni, trottole in legno, fin quando non arriva il
crepuscolo con il sole che si china dietro la chioma della foresta
giocando anch'esso a nascondino; l'orario giusto per << tomar um banho no rio>>...
per fare il bagno nel fiume. I bambini si tolgono i fori con un po' di
maglietta attorno (nel senso che nelle magliette ci sono più strappi
che stoffa) e si tuffano nel rio delle amazzoni con la stessa
tranquillità di quando facciamo il bagno nella nostra limpida piscina
comunale. Risa, strilli, schizzi... si risale e ci si rituffa, su e
giù, senza sosta, senza che un briciolo di stanchezza li percuota... ma
c'è qualcosa di strano! Mi accorgo che uno dei ragazzi non riesce a
distendere completamente le braccia e nella schiena sembra macchiato,
come scremato dalle spalle ai polpacci. Mi tuffo per avvicinarmi, il
fiume scorre pieno ed inesorabile, impenetrabile nella sua densità; la
paura d'incontrare un piranha è durata pochi secondi, giusto il
tempo necessario per arrivare alle spalle di quel ragazzo... la paura
era stata schiacciata dalla visione di quel corpo.
Facciamo migliaia
di chilometri per raccontare l'emozione di solcare cieli, della
possibilità di spiccare il volo... poi incontri un ragazzo con la pelle
erosa dalla testa ai piedi, le braccia attaccate al corpo da una
membrana di pelle e ti rendi conto che non tutte le ali fanno volare.

Osservandolo, per la prima volta dopo l'incontro coi
lebbrosi ed i barboni di Manaus, ho avuto dei brividi che mi hanno
pervaso l'anima ed hanno aumentato il rosso imbarazzo per l'occidentale
vergogna.

Cristovào é con noi a messa, sorridente come sempre. Non riesco a distogliere la mente dal pensiero del suo muoversi scoordinato e dall'impossibilità alzare le braccia... credo sia terribile privare un figlio della capacità di abbracciare al collo sua madre, sono certo che basterebbe una piccola operazione chirurgica per liberarlo da quelle catene alate e che in altri luoghi la sua storia sarebbe stata differente! Una situazione del genere può accadere solo con la mancanza di materiale sanitario e la non curanza dei medici... ma anche per negligenza dei genitori. In pochi giorni, tramite e-mail, ero riuscito a trovare i fondi per l'intervento, ma i genitori non se la sono sentita di prendere la barca per arrivare a Manaus, era troppo distante, era troppa la carenza di volontà da parte loro. L'ennesimo esempio di come gli abitanti di queste terre si lasciano andare al trascorrere della vita come una canoa senza remi, che gira, gira, gira senza una meta precisa e senza poter condizionare il suo tragitto. Ennesima dimostrazione di come siano in difficoltà questi paesi e di quanta indifferenza sono bagnate Europa e Nord-America.
Io non sono cieco, non voglio esserlo! Per questo spalanco gli occhi e assorbo tutto ciò che è sofferenza: dagli occhi tristi della fanciulla appena lasciata dal ragazzo, all'abbraccio con un lebbroso senza mani e piedi, ma sempre radiante nel sorriso. Nutrirsi di sofferenza per combattere la cecità dell'indifferenza e per vergognarsi del terzo paio di scarpe comperato in un mese, del dolce ordinato dopo un antipasto, un primo ed un secondo, del sentirmi triste per il telefonino scarico. Solo così facendo posso trovare la forza di aiutare chi non conosco, semplicemente perché lui ha bisogno di un appoggio e perché io possa trovare la strada per le vera felicità.
In quel puntino
marrone color legno, accarezzato dal blu del rio delle amazzoni e
circondato dalla verde foresta, c'è un bianco angelo che non può
abbracciare sua madre e rende ancor più rossa la nostra vergogna.
Non tutte le ali fanno volare, non tutti gli uomini sono ciechi.
Cristovào... anche tu prenderai il volo.

....................
Cristovào, anche tu prenderai il volo! Così avevo terminato il racconto, e da questa frase devo riprenderlo per scriverne una nuova fine: tutti i sogni raccolti in quelle speranze di liberare un ragazzo dalla zavorra del caso che gli ha segnato la vita, tutta quella voglia di vederlo correre libero, di immaginarlo mentre riesce ad abbracciare sua madre senza quelle ali-catene... dopo circa un anno mezzo di difficoltà logistiche dettate dalla foresta amazzonica, di tentati convincimenti con i suoi genitori, di una moltitudine di visite mediche... dopo circa un anno e mezzo, Cristovào è nuovamente libero di spiccare il volo, grazie alla sua volontà, ai frati cappuccini, ai RAMI (Ragazzi Missionari).
Non tutte le ali fanno volare, ma ora si torna a sognare: e se vi dico che non esiste più gioia che aiutare il prossimo, dovete credermi! La nostra felicità risiede nel sorriso della persona amata che hai dinanzi... facciamola ridere!
Grazie Cristovo per avermi fatto toccare, anche se per un solo istante, la pura felicità!
non riesco più a scrivere
c'è una parola messa
male,
c’è un riso rubato al
burbero,
un cuore scavato sulla
corteccia
del vecchio albero perso
nella macchia
c'è la pazzia d’amare,
c’è la strana voglia di
sfogare
senza rispettare colei
che t’ama
che t’ha voluto sopra
l’amicizia,
ma tu scrigno d’avarizia
ne abusi l’ingenuo
la trascini nel perverso
descrivendo un amore
diverso
ma che di tal parola
nulla cela
fuor che l’ardore terreno
indegno di quel
sentimento,
di cui n’è solo un
tradimento.
C’è la pazzia d’amare,
quella reale senza iniquità
senza la vena sarcastica
di atti capaci a
soddisfare
quel essere felice d’una
notte,
svanente col sorgere
dell’albeggiare seguente…
quella pazzia d’amare,
quella imparziale senza
verità
che non c’è cosa più vera
d’un amore vero
sincero,
straniero al confondersi
col sesso
ammesso solo se non
chiamato
se l’avvolgersi di bacio
e carezze
è brezza soffiata dal tumulto,
dal trambusto battere del
cuore
dal fluente sudore che
zampilla
privo dell'acido vanesio
agire
e sgorgante del puro amare.
Così può nascere un
sogno:
una parola messa male,
un riso rubato al
burbero,
un tronco da solcare…
così possiamo sognare,
quella pazzia d’amare.
Che non sia solo di 14/2 la festa dell'Amore
Non importa chi, come, quando, ma soprattutto
perchè...... amare non ha perche
amare non ha peso
amare non ha religione
amare non ha ragione
amare non è astuzia
amare non è giustificare
amare non è applaudire
amare non è avarizia
amare non è odio
però si odia per amore,
amore non è sogno
ma senza quel sentimento
non può essere che infranto
e di lacrime un bagno
amare è semplicemente amare...
e se dici di non esserne capace,
stai mentendo a te stesso,
perché noi siamo stati creato unicamente per farlo,
solo ed esclusivamente,
per amare!
Che la festa dell'Amore
non sia solo San Valentino
ma l'alba di ogni mattino!
MA AMARE E' ANCHE RISCHIARE
"L'amore è stato
lambito,il tempo concesso non
fu bastante per afferrarlo,
ma in ventitre giorni
ho capito
che posso ricominciare
ad amarlo
questo sentimento
codardo
quale l'amore bastardo
che recondito e offuscato
tarda a salire in
superficie,
aspettando forse un
apice
che perspicace non vuol soffrire.
Ma amare è anche
rischiare
ed è quel che voglio
fare:
mi voglio buttare come
fanciullo sguazza in pozzanghera,
voglio intravedere
quella innocenza
che tanto m'ha fatto
volare
senza nessuna concessa
licenza:
solamente con la volontà di sognare"
COME GOCCE
Nel piede converge tutta la sofferenza per il Peso della croce...questo piede di 12 anni è l'icona di quanta differenza c'è fra croce e croce, fra i nostri labili lamenti ed i silenzi di chi davvero soffre.
I nostri gesti sono come sottili onde sancite dalla caduta di piccole gocce, che siamo noi... bisogna abbracciare le croci Altrui, come quelle onde accarezzano questo piede, per sorreggere la Nostra.
Me ne vado per un pò di tempo, nella mia Amazzonia.
Buona Vita a tutti
PROFETA, PARLACI DELLA MORTE
E lui disse:
Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.
Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell'eternità.
La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l'impronta regale?
E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?
g
Che cos'è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
E che cos'è emettere l'estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.
Lettera da una sala parto in Congo... RAFFAELA!

carissimi RAMI... spero che questa lettera arrivi...PRESTO O TARDI ma che ARRIVI. So che pregate per me perchè nonostante le difficoltà iniziali mi sento sostenuta da una grande FORZA.
La casa dove vivo non è grandissima, è divisa in 3 parti: il nostro alloggio, il DISPENSARIO e la MATERNITA'.
La prima volta che ho visto la sala parto: MAMMA MIA!...due letti vecchi e arruginiti dal sangue, 2 secchi vecchi per raccogliere la placenta, un odore indescrivibile che arriva al naso e sussurra anzi guida allo stomaco di liberarsi da quello che avevo mangiato il giorno prima. Il pavimento che non si vuole asciugare: niente camici, niente asciugamani, disinfettanti...nulla di bianco che mi ricordi il pulito.
Niente che ricordi il reparto di ostetricia: niente musica....ma solo i lamenti di chi sta in travaglio. Non ci sono luci soffuse ma... luci ad intermittenza, sono il gioco di luce che fa il sole con le teste di chi fuori dalla finestra tenta di spiare cercando spazio tra i buchi delle tende.
EPPURE...ECCO....IL MIRACOLO DELLA VITA che VIENE.
Tutto SCOMPARE AL COMPARIRE della piccola TESTA di chi NASCE.
L'acqua della placenta come una sorgente lava lo sporco irresistibile, la ruggine scompare, il rosso fa festa ed è il colore della VITA.
Ed ecco il BIANCO...il colore dei gigli, è incredibile quanto sono bianchi questi bambini appena nascono.
Il colore della purezza, dell'incotaminato, della preziosità della VITA.
Ecco il VAGITO, scompaiono i lamenti delle delle donne in travaglio e vengono sostituiti dai canti di gioia... apri la porta e le donne danzano. Il nuovo arrivato è accolto con danze e la nausea che prima faceva capolino è sostituita dal sorriso che riempie la bocca e ferma le lacrime di gioia.
La nascita.... non esiste ricco, povero, comoditˆ e confort, nero, bianco, Italia, Africa... Thsikapa...; esiste solo la vita, l'essere figli che ci rende uguali e unici allo stesso tempo.
....CRAC... è il rumore nitido del taglio del cordone ombelicale. Senti il pollice che fa forza sulla forbice...senti lungo il braccio la resistenza che fa alle lame della forbice. Senti che queste ultime oltrepassano tutti gli strati... fa male....ma dai la vita a l'uno e all'altro. E mi fa pensare alle scelte che noi siamo chiamati a fare nella vita, anche alle più piccole e a quelle di ogni giorno.
Sarei bugiarda se vi dicessi che tutto è facile, sarei bugiarda se vi dicessi che ogni giorno chiedo a Gesù PERCHè?; ma penso che quando smetterò chiederGLIELO e di CHIEDERMELO, Lui mi risponderà. Giusto oggi la prima lettura (Atti 20,22-24):
"Io vado senza sapere ciò che mi accadrà... purchè conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere Testimonianza al messaggio della Grazia di Dio..."
Sono in salita, ma serena di camminare.
Alla sera quando sono a letto, sento il respiro di chi dorme nella stanza del dispensario, o il lamento di chi ha la febbre (tifo e malaria sono protagonisti ogni giorno)...o i pianti di chi ha fame o sta nascendo. Guardo la parete, così sottile... e ringrazio Dio che mi ama così tanto e che mi dona tutto ciò.
"LA FORTUNA di AVERE TANTO CI NASCONDE la GRAZIA del POCO!"
questo penso ogni giorno.
Carissimi RAMI vi ABBRACCIO TUTTI! e sento che le radici che ci sostengono sono FORTI e VITALI.
Alla PROSSIMA.....quando Dio vorrà.
Vi saluto con questo passo di Isaia (Is. 27,2-5)
"La vigna deliziosa: cantate di lei!,
Io, il Signore, ne sono il guardiano,
a ogni istante la irrigo;
per timore che venga danneggiata,
io ne ho cura giorno e notte.
Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra,
li brucerei tutti insieme.
O meglio, si stringa alla mia protezione."
Ciao...
A MAIS TARDI!
...A bientò!
PROFETA, PARLACI DEL BENE E DEL MALE
E lui rispose:
Io posso parlare del bene che è in voi, ma non del male.
Poiché il cattivo non è che il buono torturato dalla fame e dalla sete.
In verità, quando il buono è affamato cerca cibo anche in una caverna buia e quando è assetato beve anche acqua morta.
Siete buoni quando siete in armonia con voi stessi.
Tuttavia, quando non siete una sola cosa con voi stessi, voi non siete cattivi.
Una casa divisa non è un covo di ladri, è semplicemente una casa divisa.
E una nave senza timone può errare senza meta tra isole pericolose senza fare naufragio.
Siete buoni nello sforzo di donare voi stessi,
Tuttavia non siete cattivi quando perseguite il vostro vantaggio.
Quando cercate di ottenere, non siete che una radice avvinghiata alla terra per succhiarne il seno.
Certo, il frutto non può dire alla radice: "Sii come me, maturo e pieno e sempre generoso della tua abbondanza".
Poiché come il frutto ha bisogno di dare, così la radice ha bisogno di ricevere.
Siete buoni quando la vostra parola è pienamente consapevole.
Tuttavia non siete cattivi quando nel sonno la vostra lingua vaneggia.
E anche un discorso confuso può rafforzare una debole lingua.
Siete buoni quando procedete verso la meta, decisi e con passo sicuro.
Tuttavia non siete cattivi quando vagate qua e là zoppicando.
Anche chi zoppica procede in avanti.
Ma vi è agile e forte, non zoppichi davanti allo zoppo stimandosi cortese.
Voi siete buoni in molteplici modi e non siete cattivi quando non siete buoni.
Siete soltanto pigri e indolenti.
Purtroppo il cervo non può insegnare alla tartaruga ad essere veloce.
Nel desiderio del gigante che è in voi risiede la vostra bontà, e questo è un desiderio di tutti.
In alcuni è un torrente che scorre impetuoso verso il mare, trascinando con sé i segreti delle colline e il canto delle foreste.
In altri è una corrente placida che si perde in declivi e indugia prima di raggiungere la sponda.
Ma chi desidera molto non dica a chi desidera poco: "Perché esiti e indugi?".
Poiché, in verità, chi è buono non chiede a chi è nudo: "Dov'è il tuo vestito?", né a chi è senza tetto: "Cos'è accaduto alla tua casa?".
Brasile d'anelli d'oro Brasile di tukumá
e c'è chi la beve gelata e zuccherata
c'è chi sotto lamiere langue di sudore
e c'è chi tosse per l'aria condizionata
c'è chi ansiono nella favela spera di morire
per non continuare nell'impotenza a soffrire
c'è chi da alti piani getta bianchi rifiuti
sulla testa di rifiutati marginalizzati e muti.

Brasile...
Brasile cachaça Brasile di bimbi senza papá
Brasile d'immondizia Brasile di mille beltá
Brasile sambodromo Brasile favela senza etá
Brasile che gioca con latta Brasile di Kaká
Brasile d'immense acque Brasile di siccitá
Brasile d'anelli d'oro Brasile di tukumá
Brasile indigeno Brasile moderna civiltá
che poi di civiltá ben poco posso parlare
dato che l'uomo di Rio é ancor piú animale
di qualunque tapiro o macaco fuori cittá
Brasile cinque percento ricco...
Brasile tumefatto dalla povertá.
SCHIAVITU' E DEFORESTAZIONE IN AMAZZONIA
LA STRACCIATELLA
E’ fresco qui in
montagna, la porta si tiene aperta per accarezzare ogni ventata d’aria pura e
per ascoltare lo stonato gallo cantare. Sono le diciotto e quarantadue,
preambolo del crepuscolo, orario che in molti casi viene vissuto dalla comune
gente sbuffando in macchina, attendendo il decorso del solito serpentone di
ferro e ruote; oppure scandagliando gli ultimi prodotti esposti e super
scontati prima di regolare i conti all’uscita del market o catturando ogni passo
della lancetta aziendale sempre più prossima al rintocco congedo per l’operaio,
il dipendente o l’impiegato statale.
Nonna Italia e nonno Enrico, detto Righetto, questo preambolo dell’imbrunire lo passano a tavola, cenando senza file alla mensa e privi di fretta imposta da un qualsivoglia appuntamento.
Nel moderno stressato stile
di vita è presto per cenare, dato che lavoro, file in autostrada e al market,
ci permettono di farlo solamente fra circa due ore… ma Righetto e Italia lo
fanno da decenni, da quando si finiva di lavorare nei campi per l’avvento
dell’oscurità e ci si riuniva attorno ad un po’ di pane fresco e al fiasco di
vino rosso.
Oggi, i miei nonni, non
ce la fanno più a vangare! I morbidi campi colorati di verde pisello e dorato
grano, ora sono arricciati con sterpi secchi che riflettono il grigio cenere… un
grigiore che si respira nella desolazione, nel vedo non vedo della nebbiolina
da campo santo, nell’impotenza dei miei cari di portare avanti quel lavoro, che
per loro, era vera passione… era Vera Vita!
Oggi, i miei nonni, non ce
la fanno più, sono troppo vecchi, troppo acciaccati dal peso del loro crescere giorno
per giorno, zappando per avere la cena ogni sera, lavorando non per la nuova macchina
o per il prezioso da indossare… ma per colare un filo d’olio, spremuto dagli
ulivi nella vallata, sopra i fagiolini cotti bolliti dopo esser stati dal campo
rapiti; un altro filo sul pane abbrustolito, un po’ nero, un po’ amaro, così
allettante che solo il vociare <<bruschetta>>
lo rende dolcemente croccante. Si arava per mescolare pomodori, cetrioli e
vermicelli nell’insalata, affettare quel prosciutto che di settembre era ancor parte
d’un vivo maiale ed ora è a fettine sopra il companatico a farsi masticare; poi
molliche di pane, formaggio grattugiato e uova di gallina sotto casa covate, la
pentola sopra ardente stufa di ceppi farcita, fumante come vecchia locomotiva a
vapore… ed ecco pronta la stracciatella d’inverno, d’estate, di sempre, come
sempre è il bollente, tonificante, rincuorante calore che essa dona.
Questa stracciatella, come
due, cinque, dieci lustri fa, oggi alle diciotto e cinquantuno minuti, giusto
il tempo per apparecchiare, riscaldare, condire e servire… è ancora dinanzi le loro
screpolate bocche, nutrite da tremolanti mani che incerte accarezzano la minestra
colma nel piatto e ne acciuffano un cucchiaio, anch’esso traboccante fino all’orlo,
poi dimezzato durante il viaggio che dal piatto plana nella bocca. Tremano le
mani, tremano come quelle di un giocatore di dadi che cerca il numero più
elevato, ma non per soldi, per sperare…come se ogni nero puntino sopra quel
dato fosse un anno sommato, un anno di più in questa terrena vita! Suonano le
mani vibrando sulla stoviglia, tintinna l’anello fede di una vita passata assieme quanto afferrano il bicchiere in
vetro, saturo di solo vino o con aggiunta d’acqua, purché sia sempre pieno,
come nonno voleva dopo aver passato trequarti di giro d’orologio sotto il sole,
sopra la sua terra.
Un concerto di rintocchi intralciato
solo dall’intensa rumorosa sugata che
precede la bocconata della stracciatella,
che piano scende riscaldando le vecchie stanche ossa, di Nonna Italia e Nonno Righetto.
<<Che t’ha detto il dottore>>
<<M’ha
fatto aspettare dù ore! Sto abbastanza bene, me ne ha date altre tre da
prendere: una pasticca de notte per i polmoni, una de mattina per l’artrosi e una
per lo stomaco ingrossato. Per te m’ha dato queste rosse per la vista, queste
per il tremore e queste contro la tosse… c’ho pure la crema per le gambe gonfie!>>
<<Guarda
che ciambotte! Righè, prendimi le ciabatte più grosse, quelle rotte! E basta de
magnà, sé gonfio come nà botte! Dorme sta notte, che domani la purga t’aspetta
>>
<<si, si… vabè! Tu intanto dammi il prosciutto e de pane na fetta>>
Il dottore gli ha detto che sta abbastanza bene… poi gliene prescrive altre
tre, di medicine.
Questo è il loro consuetudinario dialogo, questo è il corpo principale
delle loro conversazioni: cure, impacchi, orari, se prima o dopo i pasti,
purga, artrosi, tremore, gonfiore e così via, fino al silenzio! Muti in un
istante, il vento che passa da finestra a finestra facendo ballare i tovaglioli
ed il riporto di nonno, i passi del gallo nella ghiaia mentre torna a
pavoneggiare fra le galline ed il pavone che gira autoritario, con la cresta da
gallo... c’è solo il tintinnio delle tremolanti mani a far eco al rumoroso sugare dell’incontro primordiale, bocca-stracciatella.
Sono impotente dinanzi quegli sguardi stanchi persi nella minestra, incapace
contro quelle frasi colme di medicinali, cure, malattie e malanni. Vorrei veder
nonno uscire di mattina presto con la zappa sulla spalla ed un setello di
concime alla mano; vorrei veder nonna sporca di farina, acqua e uova, con il
matterello a far avanti e indietro prima di finir nel lavello. Vorrei vederli
più sorridenti, senza quelle interminabili smorfie di dolore quando si alzano,
si piegano, camminano, mangiano, si siedono e si rialzano.
Italia e Righetto, i miei nonni, sono come delle proiezioni di un possibile futuro. Li osservo… mi osservo… e sempre più confermo la tesi che la vita va vissuta attimo per attimo, rischiando per tutto ciò che veramente ci può rendere felici; cercando con ogni forza di non aver rimpianti quando ci troveremo seduti, vecchi ed impotenti, senza più la forza per lottare a favore dei nostri sogni, degni o indegni… ma semplicemente nostri!
Sono qui, fermo, non ho mai aperto bocca, ho solo ascoltato, sofferto fra
le parole che descrivono cure e medicinali, ammirato l’anello che batte sul bicchiere intonando note d’Amore Eterno... ora aleggianti nell’etere.
Trema questo anello-fede a causa della vecchiaia, delle sofferenze che li accompagnano
nella senilità. Trema il metallo-fede, ma saldo ed indelebile rimane l’amore-fede
che li ha sorretti per tutta la vita, che li ha fatti vivere gioie, pene e tre
figli, che ora li sostiene nei dolori condivisi della tarda età, giorno dopo
giorno, anche dinanzi questa stracciatella, fino alla signora Morte che gli
donerà
Buona stracciatella a tutti voi (me compreso) che prima o poi ne farete
incetta. Ma ricordatevi… senza rimpianti, solo con tante ammaccature procurate dalle
innumerevoli cadute, accadute grazie al coraggio avuto nel rischiare, ammaccature
che come gondolieri, accompagnano i ricordi verso i passati sogni realizzati o
per poco avverati… ma senza rimpianti!
Buona stracciatella a voi, nonna Italia e nonno Enrico, detto Righetto. Di
sogni ne avrete seppelliti molti in quei campi arati, ma la pianta dell’Amore
che avete coltivato e raccolto… va oltre ogni rimpianto.
Grazie per l'insegnamento, grazie per la stracciatella (schhhhh... sugata:-)!
REUTERS e le PICTURE KILL... sfruttati anche dopo la morte!
Non è sufficiente essere sfruttati e torturati in vita, gli abusi continuano anche dopo esser stati uccisi.Reuters e le sue Picture Kill.
Terrificante... soprattutto se esercitato sul corpo di un bambino!
Clicca QUI e guarda bene questi video, come si mettono in posa, con quale freddezza lo fanno, come prende la coperta per non toccare il corpicino a mani nude per poi girare il volto verso l'occhio schifoso del mondo.
Avevo detto basta, ma non posso abbandonare la lotta contro l'indefinibile cecità che attanaglia tutti noi.

... amare non ha perche



