LA SIGNORINA FELICITA

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!

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....

Forse il peso del bel passato, vissuto in coccolato amore che celava solo purezza, sia nella tristezza della gelosia o nella fobia dell'abbandono, sia nella bellezza del condividere tutto, TUTTO, con profondo sentimento: non quel raschiato fondo del barile che accontenta il tumultuoso andare avanti seppur senza nesso, non quell'agonia nel raggiungere a tutti i costi il profondo del suo intimo aspettando come soddisfazione solamente quel picco d'un orgasmo lesto quanto colibrì che ruba polline alle ghirlande in costura di vecchie massaie: il lesto non esiste con amore, perché tutto ciò che si fa con quel candore, non si lega al meccanico flusso genitale, ma si protrae nell'infinito senso di piacere dell'animo!

Voglio nuovamente quella sensazione che un tempo ho posseduto, che m'aiutava nel valicare pensieri retti come accecanti muri, barriere folte di paure che senza quel energetico affetto ora non conseguo di abbattere.

Il mio collega di pensieri e paure, Giangiacomo, mi confidò che un dì potrà rispondere al dilemma: "cos'è l'Amore"...
... potrei aspettare la sua risposta dato che son certo che la troverà...
... potrei concedermi il diritto di vivere senza troppo pensare...
... potrei continuare a fuggire di superficie in superficie senza intendere e volere quel "profondo"......

potrei...
potrei...
posso...
devo... ora, adesso, non so come, non so dove, sapessi almeno "con chi" ma neanche quello è certo:  penso all'alba d'ogni novo mattino che probabilmente la giusta via è nell'affidarsi totalmente al proprio Dio, Colui che può ritoccare, modificare, plasmare dove noi, comuni agoisti mortali, non possiamo arrivare.

Apri il tuo cuore e lascia che l'essenza dell'amore ti entri dentro: soffrirai, attenderai, fallirai... ma tenta almeno di non chiuderti dietro una saracinesca, dagli la possibilità di farti invadere...

Tenterò di conficcare le dita delle mani dell'anima nel cuore, tutte e dieci, una ad una, lentamente, palpando in pieno ciò ch'è sofferenza, penetrandolo fino alla giuntura delle falangi, guardandolo con occhi languidi per le lacrime misturate fra dolore, tristezza e speranza: lo osservo, lo afferro fortemente e volgo le braccia con forza verso l'esterno; fa terribilmente male, il cuore si sventra, con veemente passione stringo i denti e continuo il tragitto disegnato dal dolore che solo un cuore che si spacca può dare. Un organo vitale sanguinante ora aperto come un libro di passioni, di rose e spine, di cattivi presagi, tradimenti ma soprattutto speranze: il cuore è squarciato, pronto ad essere nuovamente contaminato da quel fervore... Dio aiutami tu nel voltare addietro per coltivare il prossimo futuro, non voglio reminiscenze del passato, voglio amare adesso, domani o non più in la dell'istante prima che sorella morte mi libererà di questa zavorra, tanto frenetica, pesante, zelante, ma affascinate nella possibilità di amare e talvolta peccare che ci è stata data.

Ora lo osservo, ancor pulsante nel suo pieno battere seppur sventrato e placcato da sozze mani insanguinate di un'anima pronta a soffrire le pene dell'infermo nell'intento di sentirsi restituita di quel affetto eterno tanto sospirato, quel tenero candore, quel piacevole dolore... quel rarissimo amore.

NON TUTTE LE ALI FANNO VOLARE... MA ORA SI TORNA A SOGNARE!

Immaginate un puntino color legno vicino ad una striscia blu così grande, così lunga da tagliare un continente in due; immaginatelo nel centro di una macchia verde, immensa quasi quanto la rossa vergogna dell'Europa e degli USA dopo aver constatato nel tempo gli enormi danni causati dalle conquiste coloniali in Sud-America ed in Africa. Una vergogna talmente <<palpabile e visibile>> agli occhi di tutti che nessuno se ne accorge, e nonostante gli errori fatti in passato dai nostri cari paesi sviluppati, questi continuano tuttora ad esercitare la loro sovranità nei confronti dei paesi poveri, imponendo embarghi, dettando leggi di mercato, monopolizzando l'agricoltura per poi obbligare gli stessi sfruttati a comperare i medesimi prodotti con costi superiori, alimentando l'incessante incremento del debito pubblico e le situazioni di schiavitù fisica ed etica ancora esistenti nelle fazendas agricole (siamo nel secondo millennio). Una vergogna così <<palpabile>> da rimanere sospesa nella cecità che oggi giorno attanaglia tutti noi, una continua volontà di <<non sapere>> che ci fa vivere bene, senza intoppi, ognuno pensante al proprio orticello: e se fossimo noi quegli schiavi? Se l'orto da curare non fosse più il nostro ma quello di un grasso riccone statunitense che prima ci ruba la terra, poi ci costringe a lavorare nei campi e come salario ci offre del caffè, delle canne da zucchero, dei platani o del caucciù. Una vergogna così <<visibile>> che solo dei ciechi come noi possono ignorare.

Le difficoltà di questo puntino sono anch'esse conseguenze della colonizzazione. Porto Caldas è un villaggio di indigeni Ticuna formato da due baracche, marroni come il legno con cui sono state costruite, come la terra che le circonda quando sorgono vicino al maestoso Rio delle Amazzoni. Quel <<due>> non è un'allegoria atta a definire un numero minimo di baracche, ma un valore effettivo, dato che le capanne sono veramente due, solinghe, immerse nel complesso faunistico e floreale più esteso al mondo: la Foresta Amazzonica. Marrone legno, blu fiume, verde foresta... e nell'indifferenza occidentale, spaventosamente rosso!

Le due famiglie sono composte rispettivamente da 12 e 15 individui con la breve aspettativa di aumentare la prole, dato che due delle tante ragazze sono in stato interessante e come molto spesso accade in questi luoghi, tutte e due minorenni e senza la certezza di chi siano i padri. Il capitano dice che forse è stato uno dei tanti fratelli o il vicino d'un villaggio limitrofo o magari il delfino rosa. <<Un delfino?>> risposi sorridendo in faccia al capitano! <<Si, il Boto Rosa! Un delfino di fiume dal color roseo molto difficile da incontrare, che secondo una leggenda si trasforma di notte in principe e feconda le giovani indios.>> Una delle decine e decine di leggende che circondano la cultura millenaria indigena, l'ennesima <<giustificazione>> utilizzata per evitare che un figlio rimanga senza la spiegazione della mancanza del padre e che una moça passi agli occhi della gente una poco di buono.

 

Di 27 indigeni, 21 sono giovani dai i 3 ed i 12 anni, prevalentemente femmine. Nell'infante mandria ce ne sono cinque con i capelli giallo oro e la carnagione chiara, un classico esempio di Caboclo, ovvero il risultato ottenuto dall'unioni di indigeni nativi con coloni portoghesi, un mix genetico che di tanto in tanto sfocia nel piccolo indio dagli occhi azzurri e la chioma bionda.
Facendo un piccolo sunto, questa tribù Ticuna è formata da solo due baracche abitate da altrettante famiglie, con un totale di 27, quasi 29 anime. Paradossale per noi Europei, fattibile nella Sud-America più nascosta. Anche questa è Amazzonia.

Quale può essere il primo progetto necessario per aiutare questo piccolissimo villaggio? Innalzare una scuola? Scavare un pozzo artesiano? NO!!! La prima cosa da fare è costruire un piccolo regno ludico... bisogna organizzare i giochi per tutti i bambini!
Sono anni che facciamo missioni in Amazzonia: abbiamo costruito scuole, centri per la salute, chiese e case della farina, ma fra tutte queste tangibili costruzioni la vera missione rimane quella di abbattere l'indifferenza di noi occidentali verso i popoli meno fortunati. Difatti il più importante fare del bene è esserci, è dimostrare che qualcuno è arrivato dall'altra parte dell'oceano per confrontarsi e comprendere <<l'altro>> senza discriminazione, per ascoltare e magari raccontare cosa si prova nel solcare i cieli, un'emozione che difficilmente potranno sperimentare dato che comperare un biglietto aereo significherebbe lavorare ininterrottamente per anni e anni (salario medio a Manaus: 100 reais, 30 euro circa).
Il progetto prende subito piede. Salto con la corda, girotondi, aquiloni, trottole in legno, fin quando non arriva il crepuscolo con il sole che si china dietro la chioma della foresta giocando anch'esso a nascondino; l'orario giusto per << tomar um banho no rio>>... per fare il bagno nel fiume. I bambini si tolgono i fori con un po' di maglietta attorno (nel senso che nelle magliette ci sono più strappi che stoffa) e si tuffano nel rio delle amazzoni con la stessa tranquillità di quando facciamo il bagno nella nostra limpida piscina comunale. Risa, strilli, schizzi... si risale e ci si rituffa, su e giù, senza sosta, senza che un briciolo di stanchezza li percuota... ma c'è qualcosa di strano! Mi accorgo che uno dei ragazzi non riesce a distendere completamente le braccia e nella schiena sembra macchiato, come scremato dalle spalle ai polpacci. Mi tuffo per avvicinarmi, il fiume scorre pieno ed inesorabile, impenetrabile nella sua densità; la paura d'incontrare un piranha è durata pochi secondi, giusto il tempo necessario per arrivare alle spalle di quel ragazzo... la paura era stata schiacciata dalla visione di quel corpo.


Facciamo migliaia di chilometri per raccontare l'emozione di solcare cieli, della possibilità di spiccare il volo... poi incontri un ragazzo con la pelle erosa dalla testa ai piedi, le braccia attaccate al corpo da una membrana di pelle e ti rendi conto che non tutte le ali fanno volare.


Si chiama Cristovào, ha undici compleanni e tre anni fa è stato vittima di un incendio dentro la sua baracca. Gioca a pallone, prende le trottole con la mano mentre girano ed é il più sveglio di tutti... solamente che dai piedi alle spalle ha subito una ustione di terzo grado. La schiena sfuma dal marroncino pelle, al rosso carne viva, al bianco osseo; c'è un po' di pelle arrotolata da una parte, cute che manca dall'altra... può alzare le mani fino a metà corpo perché durante la sua guarigione è stato lasciato dai <<medici>> con le braccia adese al corpo ed è per questo che oggi sono attaccate al busto da una membrana di pelle che lo rende un ragazzo alato. Un angelo rimasto in terra nel suo sguardo perso, simile ad un pipistrello nel suo fisico corroso, un disastro.
Osservandolo, per la prima volta dopo l'incontro coi lebbrosi ed i barboni di Manaus, ho avuto dei brividi che mi hanno pervaso l'anima ed hanno aumentato il rosso imbarazzo per l'occidentale vergogna.

E' sabato sera e stiamo celebrando la messa in una scatola di legno e lamiere, con la gente che indossa lo straccio migliore e profuma di acqua di rose. Sto male, ho la dissenteria ed il corpo è pieno, colmo, butterato di punture d'insetti. Ogni esserino volante provoca prurito, rossore e fuoriuscite di sangue; per non parlare delle formiche: dalla più piccola detta formique de foco che pizzicando provoca sensazioni di fuoco, alla tucandela, lunga quattro centimetri, che per ventiquattro ore fa salire la temperatura corporea a 41 gradi.


Cristovào é con noi a messa, sorridente come sempre. Non riesco a distogliere la mente dal pensiero del suo muoversi scoordinato e dall'impossibilità alzare le braccia... credo sia terribile privare un figlio della capacità di abbracciare al collo sua madre, sono certo che basterebbe una piccola operazione chirurgica per liberarlo da quelle catene alate e che in altri luoghi la sua storia sarebbe stata differente! Una situazione del genere può accadere solo con la mancanza di materiale sanitario e la non curanza dei medici... ma anche per negligenza dei genitori. In pochi giorni, tramite e-mail, ero riuscito a trovare i fondi per l'intervento, ma i genitori non se la sono sentita di prendere la barca per arrivare a Manaus, era troppo distante, era troppa la carenza di volontà da parte loro. L'ennesimo esempio di come gli abitanti di queste terre si lasciano andare al trascorrere della vita come una canoa senza remi, che gira, gira, gira senza una meta precisa e senza poter condizionare il suo tragitto. Ennesima dimostrazione di come siano in difficoltà questi paesi e di quanta indifferenza sono bagnate Europa e Nord-America.

Io non sono cieco, non voglio esserlo! Per questo spalanco gli occhi e assorbo tutto ciò che è sofferenza: dagli occhi tristi della fanciulla appena lasciata dal ragazzo, all'abbraccio con un lebbroso senza mani e piedi, ma sempre radiante nel sorriso. Nutrirsi di sofferenza per combattere la cecità dell'indifferenza e per vergognarsi del terzo paio di scarpe comperato in un mese, del dolce ordinato dopo un antipasto, un primo ed un secondo, del sentirmi triste per il telefonino scarico. Solo così facendo posso trovare la forza di aiutare chi non conosco, semplicemente perché lui ha bisogno di un appoggio e perché io possa trovare la strada per le vera felicità.

In quel puntino marrone color legno, accarezzato dal blu del rio delle amazzoni e circondato dalla verde foresta, c'è un bianco angelo che non può abbracciare sua madre e rende ancor più rossa la nostra vergogna.

Non tutte le ali fanno volare, non tutti gli uomini sono ciechi.

Cristovào... anche tu prenderai il volo.


....................

Cristovào, anche tu prenderai il volo! Così avevo terminato il racconto, e da questa frase devo riprenderlo per scriverne una nuova fine: tutti i sogni raccolti in quelle speranze di liberare un ragazzo dalla zavorra del caso che gli ha segnato la vita, tutta quella voglia di vederlo correre libero, di immaginarlo mentre riesce ad abbracciare sua madre senza quelle ali-catene... dopo circa un anno mezzo di difficoltà logistiche dettate dalla foresta amazzonica, di tentati convincimenti con i suoi genitori, di una moltitudine di visite mediche... dopo circa un anno e mezzo, Cristovào è nuovamente libero di spiccare il volo, grazie alla sua volontà, ai frati cappuccini, ai RAMI (Ragazzi Missionari).


Non tutte le ali fanno volare, ma ora si torna a sognare: e se vi dico che non esiste più gioia che aiutare il prossimo, dovete credermi! La nostra felicità risiede nel sorriso della persona amata che hai dinanzi... facciamola ridere!


Grazie Cristovo per avermi fatto toccare, anche se per un solo istante, la pura felicità!

non riesco più a scrivere

c'è una parola messa male,

c’è un riso rubato al burbero,

un cuore scavato sulla corteccia

del vecchio albero perso nella macchia

 

c'è la pazzia d’amare,

 

c’è la strana voglia di sfogare

senza rispettare colei che t’ama

che t’ha voluto sopra l’amicizia,

ma tu scrigno d’avarizia

ne abusi l’ingenuo

la trascini nel perverso

descrivendo un amore diverso

ma che di tal parola nulla cela

fuor che l’ardore terreno

indegno di quel sentimento,

di cui n’è solo un tradimento.

 

C’è la pazzia d’amare,

quella reale senza iniquità

senza la vena sarcastica

di atti capaci a soddisfare

quel essere felice d’una notte,

svanente col sorgere

dell’albeggiare seguente…

 

quella pazzia d’amare,

quella imparziale senza verità

che non c’è cosa più vera

d’un amore vero

sincero,

straniero al confondersi col sesso

ammesso solo se non chiamato

se l’avvolgersi di bacio e carezze

è brezza soffiata dal tumulto,

dal trambusto battere del cuore

dal fluente sudore che zampilla

privo dell'acido vanesio agire

e sgorgante del puro amare.

 

Così può nascere un sogno:

una parola messa male,

un riso rubato al burbero,

un tronco da solcare…

 

così possiamo sognare,

quella pazzia d’amare.

Che non sia solo di 14/2 la festa dell'Amore

Non importa chi, come, quando, ma soprattutto
perchè...

... amare non ha perche
amare non ha peso
amare non ha religione
amare non ha ragione
amare non è astuzia
amare non è giustificare
amare non è applaudire
amare non è avarizia

amare non è odio
però si odia per amore,
amore non è sogno
ma senza quel sentimento
non può essere che infranto
e di lacrime un bagno

amare è semplicemente amare...
e se dici di non esserne capace,
stai mentendo a te stesso,
perché noi siamo stati creato unicamente per farlo,
solo ed esclusivamente,
per amare!

Che la festa dell'Amore
non sia solo San Valentino
ma l'alba di ogni mattino!

MA AMARE E' ANCHE RISCHIARE

"L'amore è stato lambito,

il tempo concesso non fu bastante per afferrarlo,

ma in ventitre giorni ho capito

che posso ricominciare ad amarlo

questo sentimento codardo

quale l'amore bastardo

che recondito e offuscato

tarda a salire in superficie,

aspettando forse un apice

che perspicace non vuol soffrire.


Ma amare è anche rischiare

ed è quel che voglio fare:

mi voglio buttare come fanciullo sguazza in pozzanghera,

voglio intravedere quella innocenza

che tanto m'ha fatto volare

senza nessuna concessa licenza:

solamente con la volontà di sognare"

Son tornato dall'amazzonia !!!


.

COME GOCCE

 

Nel piede converge tutta la sofferenza per il Peso della croce...questo piede di 12 anni è l'icona di quanta differenza c'è fra croce e croce, fra i nostri labili lamenti ed i silenzi di chi davvero soffre.

I nostri gesti sono come sottili onde sancite dalla caduta di piccole gocce, che siamo noi... bisogna abbracciare le croci Altrui, come quelle onde accarezzano questo piede, per sorreggere la Nostra.

Me ne vado per un pò di tempo, nella mia Amazzonia.

Buona Vita a tutti

PROFETA, PARLACI DELLA MORTE

Allora Almitra parlò dicendo: Ora vorremmo chiederti della Morte.
   E lui disse:
   Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
   Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
   Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

   Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
   E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell'eternità.
   La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
   In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l'impronta regale?
   E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?
g
   Che cos'è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
   E che cos'è emettere l'estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
   Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
   E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
   E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.

Lettera da una sala parto in Congo... RAFFAELA!



Questa è una delle lettere di Raffaela, la nostra meravigliosa infermiera RAMI in Congo. E' innamorata del Signore, consacrata laica e lavora in una sala parto, se così si può chiamare!

carissimi RAMI... spero che questa lettera arrivi...PRESTO O TARDI ma che ARRIVI. So che pregate per me perchè nonostante le difficoltà iniziali mi sento sostenuta da una grande FORZA.

Quanto è bello il Signore, ma proprio bello...ci conosce così bene. Quando penso di avere capito qualcosa... il giorno seguente mi rendo conto che lo sto ancora capendo... e così sempre più in profondità.Ringrazio il Signore di avermi dato la Grazia di consacrarmi a Lui prima di partire, veramente Lui ci ama da sempre e sa quello di cui abbiamo bisogno. Il secondo giorno l'Africa era diventata la mia casa ho fatto un giro e ho visto... forse per la prima volta così nitida.. la Miseria.... così diversa dalla Povertà.E quando vieni invaso da ????? ecco che la presenza costante di Dio è il punto di forza. Certo il Signore è in noi ma soprattutto NOI SIAMO IN LUI, l'appartenenza che da tanto cercavo, la sto VIVENDO: l'APPARTENENZA al Signore.
La casa dove vivo non è grandissima, è divisa in 3 parti: il nostro alloggio, il DISPENSARIO e la MATERNITA'.
La prima volta che ho visto la sala parto: MAMMA MIA!...due letti vecchi e arruginiti dal sangue, 2 secchi vecchi per raccogliere la placenta, un odore indescrivibile che arriva al naso e sussurra anzi guida allo stomaco di liberarsi da quello che avevo mangiato il giorno prima. Il pavimento che non si vuole asciugare: niente camici, niente asciugamani, disinfettanti...nulla di bianco che mi ricordi il pulito.
Niente che ricordi il reparto di ostetricia: niente musica....ma solo i lamenti di chi sta in travaglio. Non ci sono luci soffuse ma... luci ad intermittenza, sono il gioco di luce che fa il sole con le teste di chi fuori dalla finestra tenta di spiare cercando spazio tra i buchi delle tende.
EPPURE...ECCO....IL MIRACOLO DELLA VITA che VIENE.
Tutto SCOMPARE AL COMPARIRE della piccola TESTA di chi NASCE.
L'acqua della placenta come una sorgente lava lo sporco irresistibile, la ruggine scompare, il rosso fa festa ed è il colore della VITA.
Ed ecco il BIANCO...il colore dei gigli, è incredibile quanto sono bianchi questi bambini appena nascono.
Il colore della purezza, dell'incotaminato, della preziosità della VITA.
Ecco il VAGITO, scompaiono i lamenti delle delle donne in travaglio e vengono sostituiti dai canti di gioia... apri la porta e le donne danzano. Il nuovo arrivato è accolto con danze e la nausea che prima faceva capolino è sostituita dal sorriso che riempie la bocca e ferma le lacrime di gioia.
La nascita.... non esiste ricco, povero, comoditˆ e confort, nero, bianco, Italia, Africa... Thsikapa...; esiste solo la vita, l'essere figli che ci rende uguali e unici allo stesso tempo.
....CRAC... è il rumore nitido del taglio del cordone ombelicale. Senti il pollice che fa forza sulla forbice...senti lungo il braccio la resistenza che fa alle lame della forbice. Senti che queste ultime oltrepassano tutti gli strati... fa male....ma dai la vita a l'uno e all'altro. E mi fa pensare alle scelte che noi siamo chiamati a fare nella vita, anche alle più piccole e a quelle di ogni giorno.
Sarei bugiarda se vi dicessi che tutto è facile, sarei bugiarda se vi dicessi che ogni giorno chiedo a Gesù PERCHè?; ma penso che quando smetterò chiederGLIELO e di CHIEDERMELO, Lui mi risponderà. Giusto oggi la prima lettura (Atti 20,22-24):
"Io vado senza sapere ciò che mi accadrà... purchè conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere Testimonianza al messaggio della Grazia di Dio..."
Sono in salita, ma serena di camminare.
Alla sera quando sono a letto, sento il respiro di chi dorme nella stanza del dispensario, o il lamento di chi ha la febbre (tifo e malaria sono protagonisti ogni giorno)...o i pianti di chi ha fame o sta nascendo. Guardo la parete, così sottile... e ringrazio Dio che mi ama così tanto e che mi dona tutto ciò.
"LA FORTUNA di AVERE TANTO CI NASCONDE la GRAZIA del POCO!"
questo penso ogni giorno.

Carissimi RAMI vi ABBRACCIO TUTTI! e sento che le radici che ci sostengono sono FORTI e VITALI.
Alla PROSSIMA.....quando Dio vorrà.

Vi saluto con questo passo di Isaia (Is. 27,2-5)
"La vigna deliziosa: cantate di lei!,
Io, il Signore, ne sono il guardiano,
a ogni istante la irrigo;
per timore che venga danneggiata,
io ne ho cura giorno e notte.
Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra,
li brucerei tutti insieme.
O meglio, si stringa alla mia protezione."

Ciao...
A MAIS TARDI!
...A bientò!

Raffaela

PROFETA, PARLACI DEL BENE E DEL MALE

E un anziano della città disse: Parlaci del Bene e del Male.
   E lui rispose:
   Io posso parlare del bene che è in voi, ma non del male.
   Poiché il cattivo non è che il buono torturato dalla fame e dalla sete.
   In verità, quando il buono è affamato cerca cibo anche in una caverna buia e quando è assetato beve anche acqua morta.

   Siete buoni quando siete in armonia con voi stessi.
   Tuttavia, quando non siete una sola cosa con voi stessi, voi non siete cattivi.
   Una casa divisa non è un covo di ladri, è semplicemente una casa divisa.
   E una nave senza timone può errare senza meta tra isole pericolose senza fare naufragio.
   Siete buoni nello sforzo di donare voi stessi,
   Tuttavia non siete cattivi quando perseguite il vostro vantaggio.
   Quando cercate di ottenere, non siete che una radice avvinghiata alla terra per succhiarne il seno.
   Certo, il frutto non può dire alla radice: "Sii come me, maturo e pieno e sempre generoso della tua abbondanza".
   Poiché come il frutto ha bisogno di dare, così la radice ha bisogno di ricevere.

   Siete buoni quando la vostra parola è pienamente consapevole.
   Tuttavia non siete cattivi quando nel sonno la vostra lingua vaneggia.
   E anche un discorso confuso può rafforzare una debole lingua.
   Siete buoni quando procedete verso la meta, decisi e con passo sicuro.
   Tuttavia non siete cattivi quando vagate qua e là zoppicando.
   Anche chi zoppica procede in avanti.
   Ma vi è agile e forte, non zoppichi davanti allo zoppo stimandosi cortese.

   Voi siete buoni in molteplici modi e non siete cattivi quando non siete buoni.
   Siete soltanto pigri e indolenti.
   Purtroppo il cervo non può insegnare alla tartaruga ad essere veloce.

   Nel desiderio del gigante che è in voi risiede la vostra bontà, e questo è un desiderio di tutti.
   In alcuni è un torrente che scorre impetuoso verso il mare, trascinando con sé i segreti delle colline e il canto delle foreste.
   In altri è una corrente placida che si perde in declivi e indugia prima di raggiungere la sponda.
   Ma chi desidera molto non dica a chi desidera poco: "Perché esiti e indugi?".
   Poiché, in verità, chi è buono non chiede a chi è nudo: "Dov'è il tuo vestito?", né a chi è senza tetto: "Cos'è accaduto alla tua casa?".

Brasile d'anelli d'oro Brasile di tukumá

C'è chi l'acqua la conosce solo per nome
e c'è chi la beve gelata e zuccherata

c'è chi sotto lamiere langue di sudore
e c'è chi tosse per l'aria condizionata

c'è chi ansiono nella favela spera di morire
per non continuare nell'impotenza a soffrire

c'è chi da alti piani getta bianchi rifiuti
sulla testa di rifiutati marginalizzati e muti.



Brasile...

Brasile cachaça Brasile di bimbi senza papá
Brasile d'immondizia Brasile di mille beltá
Brasile sambodromo Brasile favela senza etá
Brasile che gioca con latta Brasile di Kaká
Brasile d'immense acque Brasile di siccitá
Brasile d'anelli d'oro Brasile di tukumá

Brasile indigeno Brasile moderna civiltá
che poi di civiltá ben poco posso parlare
dato che l'uomo di Rio é ancor piú animale
di qualunque tapiro o macaco fuori cittá

Brasile cinque percento ricco...
Brasile tumefatto dalla povertá.

SCHIAVITU' E DEFORESTAZIONE IN AMAZZONIA

Santarém, Brasile -- Per decenni il movimento verde si è legato a doppio filo a questa parte di mondo. La foresta che copre l’Amazzonia, il 60 per cento della superficie di uno dei paesi più grandi del mondo è, ci hanno detto, una risorsa per l’umanità. In... [...]

LA STRACCIATELLA

E’ fresco qui in montagna, la porta si tiene aperta per accarezzare ogni ventata d’aria pura e per ascoltare lo stonato gallo cantare. Sono le diciotto e quarantadue, preambolo del crepuscolo, orario che in molti casi viene vissuto dalla comune gente sbuffando in macchina, attendendo il decorso del solito serpentone di ferro e ruote; oppure scandagliando gli ultimi prodotti esposti e super scontati prima di regolare i conti all’uscita del market o catturando ogni passo della lancetta aziendale sempre più prossima al rintocco congedo per l’operaio, il dipendente o l’impiegato statale.

Nonna Italia e nonno Enrico, detto Righetto, questo preambolo dell’imbrunire lo passano a tavola, cenando senza file alla mensa e privi di fretta imposta da un qualsivoglia appuntamento.


Nel moderno stressato stile di vita è presto per cenare, dato che lavoro, file in autostrada e al market, ci permettono di farlo solamente fra circa due ore… ma Righetto e Italia lo fanno da decenni, da quando si finiva di lavorare nei campi per l’avvento dell’oscurità e ci si riuniva attorno ad un po’ di pane fresco e al fiasco di vino rosso.

Oggi, i miei nonni, non ce la fanno più a vangare! I morbidi campi colorati di verde pisello e dorato grano, ora sono arricciati con sterpi secchi che riflettono il grigio cenere… un grigiore che si respira nella desolazione, nel vedo non vedo della nebbiolina da campo santo, nell’impotenza dei miei cari di portare avanti quel lavoro, che per loro, era vera passione… era Vera Vita!

Oggi, i miei nonni, non ce la fanno più, sono troppo vecchi, troppo acciaccati dal peso del loro crescere giorno per giorno, zappando per avere la cena ogni sera, lavorando non per la nuova macchina o per il prezioso da indossare… ma per colare un filo d’olio, spremuto dagli ulivi nella vallata, sopra i fagiolini cotti bolliti dopo esser stati dal campo rapiti; un altro filo sul pane abbrustolito, un po’ nero, un po’ amaro, così allettante che solo il vociare <<bruschetta>> lo rende dolcemente croccante. Si arava per mescolare pomodori, cetrioli e vermicelli nell’insalata, affettare quel prosciutto che di settembre era ancor parte d’un vivo maiale ed ora è a fettine sopra il companatico a farsi masticare; poi molliche di pane, formaggio grattugiato e uova di gallina sotto casa covate, la pentola sopra ardente stufa di ceppi farcita, fumante come vecchia locomotiva a vapore… ed ecco pronta la stracciatella d’inverno, d’estate, di sempre, come sempre è il bollente, tonificante, rincuorante calore che essa dona.

Questa stracciatella, come due, cinque, dieci lustri fa, oggi alle diciotto e cinquantuno minuti, giusto il tempo per apparecchiare, riscaldare, condire e servire… è ancora dinanzi le loro screpolate bocche, nutrite da tremolanti mani che incerte accarezzano la minestra colma nel piatto e ne acciuffano un cucchiaio, anch’esso traboccante fino all’orlo, poi dimezzato durante il viaggio che dal piatto plana nella bocca. Tremano le mani, tremano come quelle di un giocatore di dadi che cerca il numero più elevato, ma non per soldi, per sperare…come se ogni nero puntino sopra quel dato fosse un anno sommato, un anno di più in questa terrena vita! Suonano le mani vibrando sulla stoviglia, tintinna l’anello fede di una vita passata assieme quanto afferrano il bicchiere in vetro, saturo di solo vino o con aggiunta d’acqua, purché sia sempre pieno, come nonno voleva dopo aver passato trequarti di giro d’orologio sotto il sole, sopra la sua terra.

Un concerto di rintocchi intralciato solo dall’intensa rumorosa sugata che precede la bocconata della stracciatella, che piano scende riscaldando le vecchie stanche ossa, di Nonna Italia e Nonno Righetto.

         <<Che t’ha detto il dottore>>

<<M’ha fatto aspettare dù ore! Sto abbastanza bene, me ne ha date altre tre da prendere: una pasticca de notte per i polmoni, una de mattina per l’artrosi e una per lo stomaco ingrossato. Per te m’ha dato queste rosse per la vista, queste per il tremore e queste contro la tosse… c’ho pure la crema per le gambe gonfie!>>

<<Guarda che ciambotte! Righè, prendimi le ciabatte più grosse, quelle rotte! E basta de magnà, sé gonfio come nà botte! Dorme sta notte, che domani la purga t’aspetta >>

<<si, si… vabè! Tu intanto dammi il prosciutto e de pane na fetta>>


Il dottore gli ha detto che sta abbastanza bene… poi gliene prescrive altre tre, di medicine.

Questo è il loro consuetudinario dialogo, questo è il corpo principale delle loro conversazioni: cure, impacchi, orari, se prima o dopo i pasti, purga, artrosi, tremore, gonfiore e così via, fino al silenzio! Muti in un istante, il vento che passa da finestra a finestra facendo ballare i tovaglioli ed il riporto di nonno, i passi del gallo nella ghiaia mentre torna a pavoneggiare fra le galline ed il pavone che gira autoritario, con la cresta da gallo... c’è solo il tintinnio delle tremolanti mani a far eco al rumoroso sugare dell’incontro primordiale, bocca-stracciatella.

Sono impotente dinanzi quegli sguardi stanchi persi nella minestra, incapace contro quelle frasi colme di medicinali, cure, malattie e malanni. Vorrei veder nonno uscire di mattina presto con la zappa sulla spalla ed un setello di concime alla mano; vorrei veder nonna sporca di farina, acqua e uova, con il matterello a far avanti e indietro prima di finir nel lavello. Vorrei vederli più sorridenti, senza quelle interminabili smorfie di dolore quando si alzano, si piegano, camminano, mangiano, si siedono e si rialzano.

Italia e Righetto, i miei nonni, sono come delle proiezioni di un possibile futuro. Li osservo… mi osservo… e sempre più confermo la tesi che la vita va vissuta attimo per attimo, rischiando per tutto ciò che veramente ci può rendere felici; cercando con ogni forza di non aver rimpianti quando ci troveremo seduti, vecchi ed impotenti, senza più la forza per lottare a favore dei nostri sogni, degni o indegni… ma semplicemente nostri!


Sono qui, fermo, non ho mai aperto bocca, ho solo ascoltato, sofferto fra le parole che descrivono cure e medicinali, ammirato l’anello che batte sul bicchiere intonando note d’Amore Eterno... ora aleggianti nell’etere.

Trema questo anello-fede a causa della vecchiaia, delle sofferenze che li accompagnano nella senilità. Trema il metallo-fede, ma saldo ed indelebile rimane l’amore-fede che li ha sorretti per tutta la vita, che li ha fatti vivere gioie, pene e tre figli, che ora li sostiene nei dolori condivisi della tarda età, giorno dopo giorno, anche dinanzi questa stracciatella, fino alla signora Morte che gli donerà la Vita Eterna, che insieme all’Amore, nell’infinito li accompagnerà.

Buona stracciatella a tutti voi (me compreso) che prima o poi ne farete incetta. Ma ricordatevi… senza rimpianti, solo con tante ammaccature procurate dalle innumerevoli cadute, accadute grazie al coraggio avuto nel rischiare, ammaccature che come gondolieri, accompagnano i ricordi verso i passati sogni realizzati o per poco avverati… ma senza rimpianti!

Buona stracciatella a voi, nonna Italia e nonno Enrico, detto Righetto. Di sogni ne avrete seppelliti molti in quei campi arati, ma la pianta dell’Amore che avete coltivato e raccolto… va oltre ogni rimpianto.

Grazie per l'insegnamento, grazie per la stracciatella (schhhhh... sugata:-)!

REUTERS e le PICTURE KILL... sfruttati anche dopo la morte!


Non è sufficiente essere sfruttati e torturati in vita, gli abusi continuano anche dopo esser stati uccisi.
Reuters e le sue Picture Kill.
Terrificante... soprattutto se esercitato sul corpo di un bambino!

Clicca QUI e guarda bene questi video, come si mettono in posa, con quale freddezza lo fanno, come prende la coperta per non toccare il corpicino a mani nude per poi girare il volto verso l'occhio schifoso del mondo.

Avevo detto basta, ma non posso abbandonare la lotta contro l'indefinibile cecità che attanaglia tutti noi.